
Alessandro Zanni placcato da Charteris e Thomas
CARDIFF – Il catenaccio può anche essere bello, soprattutto se praticato nel rugby. Il placcaggio è la prima cosa che ti insegnano quando esordisci in questa disciplina. Perché la difesa è coraggio, determinazione, sacrificio, è anche tecnica. L’abc del gioco. Ma senza il contropiede, il catenaccio è solo una perdita di tempo, una forma di masochismo estremo. Perché l’avversario – nel rugby – conosce il valore della pazienza: sa aspettare. E intanto guadagna centimetro dopo centimetro, ti logora fino a quando la tua difesa si squaglia. Anche sotto il cielo grigio di Cardiff. Così è accaduto ieri all’Italrugby, che per un tempo ha retto al Galles senza concedere una mèta – ma andando comunque sotto di dodici punti – e nella ripresa è crollata. Sepolta di mète, annichilita dal gioco dei Dragoni. “Non sarà un’altra Francia”, aveva promesso Mallett. E’ stato pure peggio (10-33), e per fortuna nel finale Luke McLean – con ogni probabilità il migliore dei nostri in questo torneo – ha salvato l’onore. Una giornata resa ancora più amara dalla vittoria della Scozia in Irlanda (23-20), risultato che ci condanna ancora una volta all’ultimo posto.
Dicono che i gallesi siano gli “italiani” di Gran Bretagna, per via del carattere aperto, della passione per il canto e – vale la pena di aggiungere da oggi – per la scaltrezza. Su Cardiff aveva diluviato per un giorno e mezzo, l’Italia gongolava pregustando un pantano ed un ovale viscido che avrebbero rallentato la velocità dei padroni di casa. “Voglio il tetto dello stadio aperto e la fottuta pioggia!”, aveva annunciato Nick Mallett. I gallesi gli hanno aperto il tetto del Millenium Stadium, che però avevano tenuto chiuso nelle ultime 36 ore. Risultato: terreno perfettamente asciutto e via libera alla cavalleria dei Dragoni.

Nel primo tempo l’Italia era partita con una freschezza inedita, ma quattro minuti di possesso nella metà campo gallese non regalavano punti. Anzi. Si infortunava Gonzalo Canale, sostituito da Matteo Pratichetti, e sugli azzurri si allungavano troppo presto nuvole nere. I Dragoni facevano finalmente capolino dalla nostra parte e subito concretizzavano con Stephen Jones, l’Italia gettava al vento un’altra situazione favorevole a pochi metri dalla linea di mèta avversaria e Mirco Bergamasco calciava sul palo una punizione. Potevamo pareggiare o addirittura essere in vantaggio, invece Jones portava a sei lunghezze la differenza. Il Galles trovava fiducia e voglia di giocare: per buoni venti minuti ci schiacciava nei nostri 22, ma qui veniva fuori un’Italrugby impeccabile in fase difensiva. Per tre volte addirittura ribaltavamo la situazione, strappando l’ovale agli avversari ormai lanciati verso la marcatura.
E però l’esperienza ed il cinismo dei padroni di casa – per non dire della nostra tradizionale idiosincrasia ad attaccare – ci costava altre due punizioni: che il micidiale numero 10 dei rossi non falliva. Alla mezz’ora di un incontro rude ed aspro come pochi in questa stagione del Sei Nazioni, aveva detto addio anche Pablo Canavosio: Tito Tebaldi al suo posto si faceva notare in fase passiva ma, al solito, pareva troppo lento nella gestione del discreto numero di palloni vinti. Dopo quaranta minuti l’impressione era quella di una squadra azzurra coraggiosa e determinata, eccellente nel placcaggio. Ma al solito incapace di imbastire anche una controfigura di azione offensiva, palla alla mano. Presente in tribuna, la mitica apertura gallese Jonathan Davies scuoteva la testa: “All’Italia manca un generale che guidi questo straordinario esercito. Uno come Diego Dominuguez”. Con nessuna mèta subìta, ma ben dodici punti sul gropppone ed una squadra decimata dagli infortuni, affrontavamo la ripresa tra mille perplessità.
Il secondo tempo si apriva con un’Italia salvata miracolosasamente da Hook ma dallo stesso centro punita un minuto più tardi, grazie ad una fragile difesa di Tebaldi. Il cielo reggeva, ma da quel punto era un diluvio: di mète e gioco per i gallesi. Mauro Bergamasco si beccava dieci minuti di espulsione, entravano Vosawai e Aguero per Sole e Perugini. Ancora Hook a segno, e Jones a trasformare: i punti di distacco diventavano 26, e sotto i piedi si apriva il baratro per la squadra di Mallett. Che nel frattempo evolveva tatticamente in manioera inquietante: con Bocchino (apertura) al posto di Tebaldi (mediano di mischia) e Pratichetti (centro) a terza liena da lato chiuso. Dopo poco più di un’ora di sofferenza Mirco Bergamasco segnava i primi tre punti su punizione. Al termine di un’altra penetrazione folgorante era il turno di Shane Williams a segnare. Poi c’era una bella iniziativa di McLean a regalare un piccolo sorriso e una mèta tutta meritata per il nostro giovane estremo che (non a caso?) è di origine australiana. La partita si chiudeva mentre il cielo di Cardiff diventava sorprendentemente azzurro, e pareva l’ultima beffa. (20 marzo 2010)